Neurocinema e cinema post-mediale

Un interessante utopia si sta compiendo nel cinema moderno. Era il 1944 e Renè Barjavel così scriveva sul Neurocinema:

Pagina 35 – I. Verso il cinema totale
Il Cinema è la sola arte il cui destino dipenda strettamente dalla tecnica. L’architetto, nonostante le betoniere, può ancora costruire con pietre tagliate. L’autore non può piú, oggi, fare un film muto. Non potrà piú, domani, fare un film in bianco e nero, dopodomani un film bidimensionale.

Fin dalla sua nascita, il cinema è in costante evoluzione. Sarà giunto a compimento quando sarà in grado di presentarci dei personaggi a tutto tondo, colorati, fors’anche odoranti; quando questi personaggi si staccheranno dallo schermo e dall’oscurità delle sale per andare a passeggiare nei luoghi pubblici e negli appartamenti di ciascuno di noi. La scienza continuerà ad apportargli dei piccoli perfezionamenti. Ma avrà raggiunto, grosso modo, il suo stato perfetto. Cinema totale.

Il cinema non esiste ancora. I nostri film sono degli abbozzi schizzati a matita. Fin d’ora i procedimenti di colore sono soddisfacenti. Il film in bianco e nero si avvantaggia della guerra. Sopravvive penosamente. Firmata la pace, sarà spazzato via dagli schermi, assai piú rapidamente di quanto lo fu il film muto.

La pratica del colore rivelerà i suoi difetti tecnici. Saranno affrontati e ridotti uno per uno. In quel momento nascerà il film in rilievo, che renderà caduco il film bidimensionale. Scienziati di tutte le nazioni ne cercano, da molto tempo, il segreto. Vanno a tentoni. Sentono la scoperta a portata di mano. Essa si rivelerà ovunque simultaneamente, quando la sua ora sarà venuta.

I nostri nipoti studieranno Il milione, Scarface o l’ Opera da tre soldi, per cercarvi le origini dell’arte cinematografica, come il filologo si china sul testo del Giuramento di Strasburgo. Questi venerabili documenti ispireranno loro un rispetto stupito e faranno loro male agli occhi.

L’appassionato di cinema parla con rimpianto dell’epoca del muto, perché si confonde con quella della sua adolescenza. I giovani che non hanno conosciuto Judex, né Harold Lloyd, che non hanno visto né Caligari, né Gösta Berling, né I tre diavoli, né La maschera dai denti bianchi, né Napoleone, né Tempeste sull’Asia, quando scoprono uno di questi film, in occasione di una retrospettiva, lo trovano piuttosto grottesco e si stupiscono della melanconia dei loro antenati.

Eppure, rimpiangeranno le nebbie di Carné, il volto di pietra di Gabin, il giardino illuminato dalla luna di L’amore e il diavolo e il pallore della Garbo agonizzante nella Signora dalle camelie.

Se non sta attento, l’uomo, a partire dai venticinque anni, non sa piú cosa rimpiangere. Si colloca, cosi, già tra i vecchi. Non bisogna mai rimpiangere. Il ricordo del passato deve servire a preparare l’avvenire, e non a considerare le novità con sospetto. Dio ci guardi dal dire o scrivere, anche ottuagenari: «ai miei tempi!».

La scienza, per le forze che ha liberato, distruggerà un giorno il mondo. Prima di colpirlo, lo costruirà meraviglioso e terribile. Le macchine strapperanno l’uomo alla sua pena e l’incateneranno a mille nuovi bisogni. Faranno tutto per lui. Persino scegliere. Nostro figlio non cercherà piú le sue gioie. Le gioie s’imporranno a lui. Riceverà e non dovrà piú dare. Diventerà così particella di una massa passiva, senza nerbo, che alcuni uomini padroni del mondo, schiavi essi stessi della fatalità, impasteranno e plasmeranno. L’individuo si cancellerà, per fondersi nella carne e nell’anima collettiva. Quando verrà il giorno della sua morte, non ci sarà piú nulla in lui da uccidere.

L’artigiano di paese che scolpiva la porta di un armadio possedeva un’esperienza della bellezza, un gusto tattile e visivo della bella materia e delle forme gradevoli, che già non possiedono piú l’operaio delle officine Renault, né il miliardario trasportato dall’ascensore espresso del Rockfeller Center.

Ma il mondo, come l’uomo, non può ritornare alla sua giovinezza. Non rimpiangiamo ciò che non c’è piú. Lasciamoci al contrario meravigliare da ciò che intravediamo dell’ avvenire.

La via che conduce all’abisso è magnifica. Poiché non possiamo indietreggiare, avanziamo a buon passo e di buon umore. Godiamo di quel che ci è offerto, prima di precipitare. Tra le creazioni del mondo di domani, il cinema totale sarà uno dei piú potenti mezzi di asservimento degli uomini, a causa delle gioie sconvolgenti che rovescerà su di loro. Non facciamo il broncio. Tendiamo le braccia…

Pagina 63
V. Il cinema e le onde

Gli uomini, troppo numerosi nonostante le guerre, emergeranno dalle nazioni civilizzate. Conquisteranno gli spazi vuoti, irrigheranno i deserti, raderanno al suolo le foreste vergini, riscalderanno le terre polari. Vostro nipote abiterà in una delle città costruite nel cuore di quel che era il Sahara. Tra i giardini, i campi verdeggianti, i frutteti bagnati da graziosi canali, si slanceranno i nastri dorati delle autostrade. Un aerodromo assordante, un’enorme cupola perforata da venti porte monumentali violentemente illuminate, sarà tutto quello che connoterà la città. Gli uomini si saranno messi al riparo sotto chilometri di terra. Al riparo dagli uomini. Gli architetti non erigeranno piu i loro edifici all’assalto delle nubi. Il cielo sarà il nemico. Lontano da lui dei pozzi giganteschi affonderanno i loro muri stagno nelle viscere della terra.

L’umanità, uscita dalle caverne, ha voluto dominare l’universo. Ha scatenato delle forze sempre piu potenti, nella speranza di poterle utilizzare. Ma ciascuna di queste forze si è rivoltata contro di essa. Gli uomini cominciano ad avvertire il senso del peccato di onniscienza. Si sono ripiegati verso la loro base di partenza, hanno cercato un ultimo rifugio nel ventre della loro madre Terra.

Ecco la città sotterranea. Cento piani di strade sovrapposte, incrociate, illuminate. Ascensori, scale mobili, piste mobili. Formicolio di milioni di esseri dalle guance pallide.

Piu in basso, è il quartiere silenzioso delle officine senza fumo. Le macchine funzionano da sole. L’utilizzazione della fantastica energia liberata dalla disintegrazione della materia ha strappato l’uomo alla schiavitù del lavoro manuale. Le macchine producono per tutti delle ricchezze incessantemente rinnovate. Sono comandate e sorvegliate da apparecchi delicati, a loro volta controllati da altri apparecchi. Qualche migliaio d’ingegneri dalle mani pulite dirigono tutto. L’uomo non ha piu nulla da fare. Per evitargli la noia, si sono dovuti organizzare i suoi svaghi. Istruzione, distrazioni, corsi, conferenze, sport, letture, teatri, cinema, escursioni.

È martedi. La sala 71, la sala del quartiere, contiene dieci mila persone. Gli abitanti del pozzo 71 ricevono ogni settimana i loro biglietti per il cinema, con la programmazione del loro impiego del tempo e con la loro quota settimanale di ricchezza comune, in moneta deperibile. Tutto deve essere speso negli otto giorni. Sabato prossimo, i biglietti si polverizzano e le monete si liquefanno.

Ecco i diecimila del martedi sera installati in meravigliose poltrone pneumatiche, dal dorso inclinato, quasi dei letti. Vengono li tutte le settimane, allo stesso posto, alla stessa ora. Non possono andare in un’altra sala. Se venisse loro proposto, ne sarebbero simultaneamente spaventati e scandalizzati. Hanno dimenticato da molto tempo il significato della parola scegliere.

Una cronaca dalle officine tessili apre lo spettacolo. Delle macchine lustre e brillanti scaturiscono dai muri della sala. Stoffe di tutti i colori scorrono a velocità folle tra i cilindri. Gli odori dolciastri della tintura colpiscono le narici dei diecimila spettatori.

Voce del cronista: «Nel momento stesso in cui nelle quattro cento sale della nostra città, quattro milioni di spettatori mi ascoltano, monsieur Dubois, ingegnere in capo delle officine tessili, mi fa visitare le macchine ammirevoli che lavorano notte e giorno per rifornirci incessantemente di nuovi vestiti. Non dimenticate, cari spettatori, che è grazie al progresso della tecnica delle fibre artificiali che l’umanità ha potuto affrancarsi dall’orribile abitudine dei nostri antenati, che consisteva nel portare la biancheria finché non fosse sporca, e nel lavarla, per indossarla nuovamente. Immaginate qual era l’orrenda fatica delle nostre nonne…».

Le macchine si dissolvono, scompaiono. Appare una lavanderia secondo la moda del 1950, maiolicata, pulita, linda. Una giovane in blusa bianca inserisce in una lavatrice della biancheria sgualcita, chiude il coperchio, preme un pulsante…

«Fortunatamente», continua il cronista, «le donne dei nostri tempi si sono liberate di questo duro lavoro. Chi oserebbe oggi indossare una camicia o una giacca già usate? Grazie al progresso, ognuno di noi porta, ogni giorno, un abito nuovo. La settimana prossima, vi mostreremo come sono utilizzati, dai servizi delle materie prime, gli abiti che voi gettate tutte le sere nel vostro cassonetto numero otto».

Ora, è il preludio del grande spettacolo. Delle onde, dei flutti di colore nascono e muoiono nell’aria oscurata. Esse si concentrano, si concretizzano in una sfera luminosa, al di sopra delle diecimila persone sdraiate nelle loro poltrone. La sfera diventa bianca come il latte, come la neve, come la luce pura. E la dolcezza del suo biancore scende negli occhi dei diecimila, invade loro l’anima. La sfera ingrandisce, gira, si gonfia, si apre lentamente, sboccia come un fiore di loto. Al centro del fiore è accovacciato l’uccello rokh. Si alza, apre le sue immense ali, spicca il volo, fa tre volte il giro della sala. Un uomo minuscolo è aggrappato a una delle sue zampe, piu grandi di una quercia millenaria. Il rombo di una squadriglia aerea vibra nell’aria.

Da una cabina al centro della città, un solo apparecchio invia alle quattrocento sale pubbliche, e ai milioni di apparecchi privati, lo stesso grande spettacolo storico e fiabesco: Sinbad il precursore.

Pagina 93 X. Il cinema totale, arte popolare

All’inizio, le arti furono al servizio degli dei. Un affresco egiziano, una pittura primitiva italiana, una venere greca preclassica presentavano alla massa delle immagini da adorare, e agli iniziati i simboli iconici di verità di cui avevano conoscenza. Architettura, scultura, danza, pittura, musica, poesia non avevano altro scopo se non quello di aiutare l’uomo ad avvicinarsi alla divinità. L’artista, anonimo, non si considerava un superuomo, ma un servitore di Dio e dei suoi fratelli. Cosi l’opera d’arte possedeva un significato sia per il pastore che donava il suo agnello alla dea, che per il sommo sacerdote che versava il sangue dell’ostia sui piedi di marmo.

Con il maturare delle civiltà, la fede si perde, e si attribuisce maggiore importanza al soggetto trattato dall’artista che non al messaggio che egli aveva il compito di trasmettere. L’immagine, la melodia, l’incantevole tempietto sono finemente apprezzati dai preti divenuti scettici. Poi le arti spezzano le catene che le legano al santuario. L’artista mette la Bellezza al posto di Dio. Non sa piu che il suo capolavoro dovrebbe avere un significato spirituale. Cerca soltanto di ravvicinarlo il piu possibile alla perfezione formale. La grande folla comincia a disinteressarsi di questi quadri, di queste statue, verso cui non l’attirano piu né la passione né gli obblighi rituali. Ne comprende, d’altronde, sempre meno il senso. L’artista, non piu assillato dal compito di rimanere comprensibile alla folla, impegnato dai mille problemi tecnici della sua arte, finisce per far passare in secondo piano il soggetto stesso e si preoccupa soltanto dei mezzi di espressione. Cosi, l’opera d’arte, avendo perduto innanzitutto il suo senso spirituale e poi ogni significato materiale, diventa la soluzione di un problema puramente intellettuale. Lo comprendono l’artista stesso e qualche adepto che hanno lungamente studiato la vita, 1’eredità, la cultura, le abitudini, i gusti e i tic del suo autore.

Siamo allora all’ epoca dell’arte per 1’arte, nella quale i naïf vedono il massimo delle difficoltà, mentre consente al contrario ogni facilitazione all’artista che, liberato dalle regole, obbedisce soltanto alla propria concezione della bellezza.

Avendo coaì strappato tutte le loro radici, le arti tradizionali corrono il rischio di perire? Guardiamoci attorno: 1’architettura non c’è piú, la scultura non ha che un rappresentante ogni quattro secoli, la pittura restringe fino a pochi intimi la cerchia dei conoscitori, la poesia è dovunque fuorché nei versi dei poeti…

Tuttavia la folla, disprezzata dalla gente di talento che non ha voluto assoggettarsi all’obbligo di aprirsi un cammino verso di lei, è caduta preda dei pittori oleografici, degli scultori sdolcinati e dei cantanti melodici. I borghesi illuminati si adornano di camini di bronzo, di ritratti accademici pesantemente incorniciati e di un giradischi 18 giri per riascoltare il Faust.

È il momento in cui nasce il cinema. Il cinema è fatto per la folla, per la folla piu immensa che un autore possa sognare. Ma è un’arte?
— René Barjavel, il Cinema Totale, Saggio sulle forme future del cinema

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